Dove cadranno le nostre foglie!

a cura diFabio Appetito

Dimenticate tutto quello che ho scritto finora. Fate come se non aveste letto niente. Via. Denudate la mente. E pensate ad una tela bianca. Ad un enorme tela bianca.

E ricordatevi di questo bianco prepotente, luminoso; fatelo entrare dentro i vostri occhi. E chiudeteli.

Dovrete farlo diventare il “male bianco” di cui tanto parlava J. Saramago.
Mettiamo il caso si stia sognando, poi. E ci si ritrovi in mezzo ad una pioggia di foglie che non cadono, no: fluttuano. Leggere. Senza tempo. Attaccate ad un filo immaginario, come stelle.

Distrattamente, vi fate largo, tra quelle foglie e quel bianco accecante, alla ricerca di un volto, di un respiro, di un numero, di un simbolo. Qualsiasi cosa, purché vi restituisca lo spicchio di realtà che si è smarrito, sognando. Perché quando si sogna si perde ogni appoggio logico, razionale. Ci si dimentica “chi siamo”, di “cosa” siamo. Ed il solo appiglio fedele è il sogno stesso, ma quando ce ne accorgiamo è già troppo tardi. Si è perduta la nostra identità, quell’identità che non abbiamo mai avuto.

La stessa che cerchiamo disperatamente da millenni e che nessun poeta ha saputo tradurre in parole, perché forse non siamo mai stati niente. Questa credo sia la verità, e non importa se sarà la mia, o la vostra, è una delle tante verità possibili. E questa insensatezza disperata, questo bisogno atroce di trovare una ragione che ci giustifichi come esseri umani, ci rende come quelle foglie. Sospesi.

Ho sempre creduto che gli artisti non debbano suggerire soluzioni, ma proporre problemi. E a guardare queste opere, si è attanagliati e aggrediti dalla malinconia. Una malinconia uggiosa che cola insieme al colore, che lo graffia e che prende piede nelle vallate di un bianco o di un rosa e un blu sbiaditi che rompono i bordi delle tele e camminano oltre. Ed è una malinconia che parla, perché è poetica, ed è ciò che l’arte di oggi si è dimenticata di portarsi con sé dal passato.

Un passato pesante con cui bisogna fare i conti, attenti a non farlo divenire un fardello che possa trascinarci in basso come la figura che vediamo aggrappata ad un capitello corinzio.

Così l’equilibrio non conta più niente, e la stessa precarietà diventa insignificante davanti alla tristezza dell’esistenza. Eppure, quello stesso concetto di equilibrio è stato necessario all’artista per arrivare alla constatazione che comunque vada, ci sarà sempre qualcosa di più grande che gestirà la nostra vita. E non potremmo farci niente, nemmeno opporci con tutte le forze appellandoci ad un senso di razionalità,lo stesso  che viene espresso dal “22”, separato da una freccia. Perché per quanto la razionalità gestisca una gran fetta delle nostre azioni e del pensiero, questa verrà  in ogni modo capovolta, come uno dei due numeri, dal non-sense.

Le figure che vengono rappresentate ed inserite cautamente – prima con una testa e solo dopo con interi corpi- sottolineano che è l’uomo al centro di tutto, un uomo Leonardiano che non si prefissa la volontà di esprimere una perfezione divina ma si presenta a “propria” immagine e somiglianza, di uomo incompiuto e limitato.

E l’inquietudine ha il suo culmine non solo nei cerchi che si inseguono e che richiamano gli Untitled di Twombly, ma soprattutto negli occhi assenti delle figure. Gli stessi occhi vuoti che dipingeva Modigliani, che parlavano di tutta una vita non vissuta e di tutto l’amore che comunque c’era dietro.

Poi ci sono i colori che esplodono intorno ad una figura – ancora una volta- capovolta; colori che aleggiano ad una speranza, che cercano di combattere contro il “mal de vivre” per raccattare una soluzione, un’alternativa. Non ne troveremo. Siamo sempre rivolti verso il basso, non siamo in grado di volare, almeno finché non avremo il coraggio e la determinazione di guardare dentro di noi. E’ lì che è racchiuso tutto quello che c’è dato sapere, e che c’è da sapere.

Potremo ripeterci “andrà tutto bene, andrà tutto bene” come ne “L’odio” di Mathieu Kassovitz. Ma niente andrà bene. La malinconia. La malinconia, vincerà.

“Spesso il male di vivere ho incontrato, era l’accartocciarsi della foglia riarsa” scriveva Montale.

Dove cadranno le nostre foglie? Si disperderanno, alla prima folata di vento immobile, o forse no.

Quello che so, è che in questi quadri ho visto tutto quello che non ho potuto vedere guardandoli.